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Ill 5

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Un non-luogo

Attraversando Torino ci si rende subito conto che le nuove palazzine alle soglie della Circoscrizione 5 hanno poco a che spartire con i portici maestosi del centro o con le stradine di Borgo Dora.

La leggenda vuole, come racconta l’architetto torinese Maurizio Cilli, che un docente del MIT di Boston, venuto a Torino per il congresso mondiale di architettura, attraversando in autobus via Livorno dall’aeroporto di Caselle abbia esclamato « Accidenti come tenete bene l’architettura degli anni Cinquanta! »

Peccato che i palazzi in questione siano l’espressione più recente dell’edilizia torinese e che le operazioni attuate sulla Spina Tre  siano state sbandierate dal Comune come l’esempio lucente di una Torino che cambia in meglio.

I lavori hanno coinvolto una superficie di 1.003.000 metri quadrati, di cui 580.000 si sono trasformate in costruzioni.

Muovendoci per questo spazio incontriamo un susseguirsi di strade a doppia percorrenza, rotonde in sequenza e torri di cemento di altezze scoordinate.

Per chi non ha vissuto l’evoluzione del quartiere riuscirebbe difficile credere che fino a vent’anni fa  la gran parte delle industrie di Torino fossero collocate lì.

Ma come è nata questa landa di cemento a Nord della Dora e perché è stata pensata così?

Le 300 modifiche del Piano Regolatore

Si comincia a parlare del recupero delle aree industriali torinesi nel 1995 quando viene approvato il PRG (Piano Regolatore Generale). Quattro anni più tardi il documento viene confermato da Ministero, Regione e Comune. I lavori inizieranno alle soglie del Nuovo Millennio e si concluderanno complessivamente quasi 10 anni più tardi.  Abbastanza tempo per ritoccare il documento originale almeno 300 volte, attraverso modifiche volute dalla Giunta Comunale o da Accordi di Programma.

Ne sono un esempio plateale le modifiche avvenute nel 2001 e nel 2003.

La prima riguarda lo spazio con la chiesa del Santo Volto, progettata dall’architetto Mario Botta. Nel 2001 il Comune modifica l’originale Piano Regolatore sancendo che nell’area sita in via Val della Torre angolo via Borgaro, (originariamente previste per generici “servizi”) vengano destinate alla realizzazione di un centro diocesano costituito da un edificio per il culto ed annessi uffici. Così nel 2003 accorderà all’arcivescovo Severino Poletto la costruzione del polo del  Santo Volto, ( chiesa, centro congressi interrato da 5000 metri quadrati e l’oratorio). La spesa prevista di 15 milioni raddoppia in corso d’opera.

La variante successiva invece, quella del 2003, riguarda l’inserimento dei villaggi per la stampa durante le Olimpiadi  e le modifiche del tracciato ferroviario. Quest’ultima manovra indotta da un accordo fra le Ferrovie dello Stato, la Regione e la Città.

Tale modifica, che ha obbligato lavori in più quartieri, nel caso della Spina Tre,  costringe a modificare il tracciato di corso Mortara. Portando alla costruzione dell’ennesima rotonda e di un sottopasso.

Ma le modifiche non si sono fermate qui. Sono stati commessi talmente tanti ritocchi che lo stesso Augusto Cagnardi, padre del PRG con Vittorio Gregotti, ammette che il risultati in Spina Tre non hanno niente a che vedere col progetto originale.

Difatti l’idea di partenza era decisamente positiva. Si pensava di recuperare del suolo industriale sulla scia virtuosa del parco della Rhur, in Germania. Una risoluzione ambiziosa diventata uno fra gli esempi migliori di deindustrializzazione a livello mondiale.

Infatti dove ora sorge il Landschaftpark prima c’era un fra i più grandi poli siderurgici europei. La costruzione del parco è stata realizzata racchiudendo iniseme natura e resti industriali in 200 ettari di superficie. Un’operazione realizzata coinvolgendo ed ascoltando le necessità degli abitanti di Duisburg. Niente a che vedere con la realizzazione del quartiere torinese. Dove di zone verdi e servizi per i cittadini, ad esclusione del Parco Dora, “polmone” malato del quartiere, non se ne vedono.

4 Sotto dx

Un centro commerciale abitabile e strade a misura di bilico

Secondo lo statistico torinese Federico Boario, consulente dell’Istituto di ricerche economiche e sociali del Piemonte, la presenza di megastore nel Comune è in sovrannumero.

In tutto, Torino ha 44 supermercati quando potrebbe benissimo arrivare ad averne 32. Del totale, una concentrazione particolare si trova proprio nella Spina. Qui gli ipermercati sono ben 4, senza contare il resto dei supermercati.

Il problema non è solamente per le aziende di grande distribuzione che si ritrovano ad avere più concorrenza nella stessa area; le difficoltà sono molto più strutturali e coinvolgono in prima linea chi lì vicino ci abita.

Ne è un esempio il caso dell’Ipercoop di via Livorno. La struttura, fra le prime ad essere conclusa all’inizio del 2003, ha influenzato pesantemente lo sviluppo urbanistico della zona.

Come sottolinea l’architetto torinese Maurizio Cilli, la presenza di numerose rotonde e di viali così enormi nel quartiere, non è casuale. Piuttosto è  stata pensata  per favorire il movimento dei tir destinati al rifornimento del megastore.

E se per chi vive nei pressi di via Livorno fare la spesa non è sicuramente un problema, chi fosse in cerca di qualsiasi altra cosa incontrerebbe maggiori difficoltà.

Nonostante le numerose petizioni sollevate dagli abitanti per la costruzione di servizi pubblici in zona, tali strutture tardano ad arrivare.

In origine erano stati promessi un poliambulatorio, una biblioteca, qualche ufficio comunale e delle scuole. Ad oggi tali strutture non sono ancora arrivate.

Attualmente il poliambulatorio più vicino è il LARC in Barriera di Milano, mentre del polo medico in Via Verolengo,  proclamato nel 2007, è stato aperto solo uno studio.

A parte un asilo in via Orvieto, non è stato aggiunto niente di quanto promesso agli abitanti.

Già nel 2010 il Comitato dei cittadini aveva organizzato una raccolta firme per l’apertura di una biblioteca. Nonostante la partecipazione numerosa, la richiesta è rimasta del tutto inascoltata. In compenso però è stato inaugurato un centro scommesse.

Uno stato di abbandono che non può restare inosservato, tanto più che la Spina Tre è nella circoscrizione 5, la seconda più popolosa di Torino.

Fallimenti famosi, processi e altre scorie

Un articolo pubblicato su La Stampa nel novembre del 2006 descrive così la canterizzazione della Spina:

«Qui, al posto della vecchia città che produceva, è nata la Torino del futuro che sposa centri commerciali a villaggi olimpici, multiplex a parchi dell’archeologia industriale. Entro il 2008 la metamorfosi sarà completa e nelle nuove residenze (oggi appena completate o in fase di cantiere) si trasferiranno 70 mila nuovi abitanti.»

L’impresa mastodontica ha interessato un’area di oltre 1.000.000  metri quadrati, coinvolgendo 800 milioni di euro di investimenti complessivi. Un simile campo di gioco ha attirato l’attenzione di alcuni fra i più noti costruttori.

Eppure molte compagnie costruttrici che hanno investito sulla rinascita della Spina Tre, sono poi andate fallite.

Ne sono un esempio la Rosso e  la Franco Costruzioni.

La prima, ribattezzata Imato, nel 2012 ha registrato 240 milioni di euro di deficit. Una cifra raggiunta a causa di debiti con banche e fornitori rispetto ad un patrimonio di valore ben inferiore. La Imato vantava anche cantieri da completare in varie parti d’Italia e una marea di immobili invenduti. Nonostante un simile quadro, ha salvato il gruppo dal fallimento, un concordato stipulato dopo due anni di fallimento accertato dal tribunale di Torino.

Meno fortunata la Franco Costruzioni che nel febbraio 2014  si vede crollare la Sarfys , società contenitore del patrimonio immobiliare del gruppo. Il crack registrato vale 100 milioni. Come nel caso della ex Rosso, un grande ruolo nella crisi avrebbero i debiti verso banche torinesi e alcuni investimenti sbagliati. Come il “Franco Center” un enorme complesso costruito tra corso Rosselli e corso Mediterraneo, verso la Spina 1.

Discorso a parte merita un volto noto delle cronache italiane che è riuscito ad infilarsi anche nel progetto della Spina 3: Salvatore Ligresti.

L’ingegnere, condannato nel 2016 per aggiottaggio e responsabile della crisi di Fondiaria Sai, fra il 2005 e il 2013 ha operato in diversi cantieri della Spina. Aggiudicandosi appalti con alcuni gruppi facenti riferimento alla Premafin e alla Milano Assicurazioni. Parliamo della Bramante srl e la Penta Domus, una cordata – controllata al 24,6% da Immobiliare Milano –  che deteneva il 50% della Cinque Cerchi: gruppo  che insieme a Fintecna ha edificato oltre 110.000 metri quadri  accanto al Villaggio Olimpico.

Dei risultati dell’operazione Penta Domus si puòsapere sfogliando il Bilancio Unipol-Sai del dicembre 2014:

«Il bilancio aI 31 dicembre 2013, ultimo disponibile ad oggi, chiude con una perdita di circa 5,1 milioni di euro»

Ma i problemi potrebbero essere più gravi dei vari Ligresti e dei soldi andati in fumo. I costruttori infatti avevano una responsabilità delicata: quella di assicurarsi che le scorie dei vecchi residui industriali venissero smaltite nella maniera corretta. Chi può dirci che questo sia effettivamente avvenuto?

Nella confinante Spina 4, nel 2005 è stato aperto un procedimento giudiziario a carico della Noldem, per uno scavo che doveva esser riempito di terreno pulito ed invece era stato colmato di  terreno contaminato.

Ma non sono solamente le bonifiche a preoccupare.  Dagli atti dello stesso procedimento giudiziario si lascia intendere che ci sia ragione di chiedersi in quale modo e dove siano stati smaltiti i rifiuti speciali provenienti dalle vecchie industrie.

Troppe domande irrisolte che meritano una risposta.

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